lunedì 30 aprile 2012

La leggenda dell’anello del barcaiolo


Consegna dell'anello al Doge - Paris Bordon

La leggenda dell’anello del Doge è probabilmente una delle leggende più belle di Venezia ed è legata al quadro La consegna dell’anello al Doge di Paris Bordon, 1533-1535, che si trova presso le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

Si racconta che una sera, dopo giorni che su Venezia scendeva una fitta e impetuosa pioggia, un barcaiolo ormeggiò la sua barchetta nei pressi di Palazzo Ducale e li un uomo lo fermò chiedendogli di andare presso l’Isola di San Giorgio.
Il barcaiolo non fu capace di respingere tale richiesta e a malincuore visto il tempo burrascoso si diresse con l’ospite verso la destinazione richiesta.

I due, arrivati all’Isola di San Giorgio, furono fermati da un secondo uomo che chiese al barcaiolo di dirigersi al Lido. 

Sempre preoccupato per il tempo il barcaiolo si rituffò nella Laguna verso il Lido con i due ospiti, accettando anche questa volta l’incarico.

Arrivato al Lido ecco un terzo uomo che, salito prontamente nel barchino, chiese di andare verso la bocca del porto di San Nicolò.

Il barcaiolo incapace di rifiutare anche questa terza richiesta riportò la barchetta in laguna e si diresse verso la destinazione indicata.

Si narra che durante il tragitto la barchetta con dentro i quattro uomini incrociò una Galea nera con a capo il Demonio e piena di spiriti malvagi:volevano conquistare Venezia allagandola e loro erano i responsabili del nubifragio che si stava abbattendo.

Si racconta allora che il barcaiolo vide i tre uomini alzarsi sulla barchetta e mentre questi fecero il segno della croce un gigantesco vortice d’acqua si aprì nella Laguna e la nave malvagia venne inghiottita.

Ecco che in quel momento il nubifragiò termino, e le nuvole scomparvero in cielo.

Il pescatore era incredulo davanti a ciò, guardò i tre uomini e si rese conto che altri non erano che San Marco, San Nicola e San Giorgio.

I tre Santi intimarono il pescatore di riportarli dove li aveva raccolti e prima di congedarsi San Marco rivolgendosi al barcaiolo disse “Vai dal Doge e fa sapere a tutti ciò che hai visto stanotte, che c’era San Marco protettore di Venezia, San Giorgio uccisore del drago e San Nicolò protettore dei marinai e che tutti e tre hanno salvato la laguna».

Il barcaiolo tentennando rispose che lo avrebbero preso per matto e fatto rinchiudere: chi mai avrebbe creduto ad un simile racconto?

Allora San Marco prima di svanire nella notte pose nelle mani del barcaiolo un anello e disse “mostralo al Doge e tutti ti crederanno”

Il vecchio seppur titubane, si recò alla basilica del Doge e raccontò la storia. 

Quando mostrò l’anello tutti gli credettero e venne ricompensato per il suo impegno.

Il momento della consegna dell’anello al Doge lo si può vedere raffigurato il quel quadro.

La leggenda dell’ingrediente segreto del Sior Biasio

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Di quanto stiamo per raccontarvi in realtà non vi è alcuna traccia storica, ed essendo il racconto assai macabro speriamo dunque che sia solo una leggenda senza fondamento.

Nel Sestiere di Santa Croce, proprio a pochi passa dalla Stazione dei treni di Santa Lucia, lungo il Canal Grande, potrete vedere Riva de Biasio. E’ la fermata successiva alla Stazione.

Ed è qui che è ambientata la nostra Leggenda.


Biagio era un macellaio, un salsicciaio di Venezia assai famoso e rinomato conosciuto col nome in dialetto veneziano di Sior Biasio Carnico. La sua fama e notorietà era legata al suo famoso e saporito “guazzetto” che vendeva nella sua “bottega” ovvero locanda o piccola cucina proprio su questa riva. Il “guazzetto” era uno spezzatino assai prelibato di cui tutti avrebbero voluto conoscere la ricetta sulla quale però Biasio manteneva il più severo segreto.

La sua bottega era sempre piena di avventori, nessuno riusciva a rinunciare a quella prelibatezza i cui ingredienti erano però custoditi gelosamente dal Biasio il “Carner”.

La leggenda narra che un giorno Antonio, un falegname del luogo, si fermò come di consueto alla bottega di Biasio e mentre si apprestava a mangiare il suo piatto di spezzatino preferito trovò nel piatto una piccola falange con tanto di unghia che era senza dubbio di un bambino. Non ci volle molto a capire e collegare Biasio alle sparizioni dei tanti bambini che da tempo avvenivano a Venezia e con orrore si capì quale era l’ingrediente segreto di Baisio.

Fonte foto virgiliovenezia.myblog.it
Biasio allora venne imprigionato, gli furono tagliate le mani e dopo essere stato torturato venne decapitato pubblicamente.

Prima di morire comunque confesso tutti gli omicidi dei bambini e nelle sue cantine vennero trovate le ossa.

Da quel momento quel luogo venne chiamato Riva di Biasio.




venerdì 27 aprile 2012

Le leggenda dell’apostolo maledetto

Clicca per la fonte della foto

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Per poter vedere il luogo dove è ambientate questa leggenda a Venezia dovrete andare ancora una volta nel Sestiere di Canareggio, ed in particolare presso la Chiesa della Madonna dell’Orto il cui nome stesso è di per sé una leggenda.

Questa Chiesa infatti originalmente si chiamava Chiesa di San Cristoforo in nome del Santo al quale era stata dedicata. Tuttavia si racconta che nel 1300 il parroco di una Chiesa vicina incaricò un giovane scultore, Giovanni De Santi, di scolpire una Madonna per la sua Chiesa. A questo Parroco la scultura, ancorchè non finita, non piacque e così il giovane scultore la portò in un orto proprio dietro la Chiesa di San Cristoforo. La gente racconta che ogni notte da questo giardino si vedevano strane luci e strani bagliori provenienti da questa statua di Madonna incompiuta.
Tale notizia si diffuse velocemente e la popolazione parlò di miracolo tanto che la statua venne portata all’interno della Chiesa di San Cristoforo, dove è tutt’ora. Ecco che da allora la Chiesa prende il nome di Chiesa della Madonna dell’Orto.

Gli Apostoli
Fonte Foto: Atlante dell'arte italiana
Per capire la leggenda dell’apostolo maledetto, bisogna soffermarsi un attimo ad osservare la facciata della Chiesa: sopra il portone di entrata si possono vedere tre statue che raffigurano: la Madonna, San Cristoforo e l’Angelo Gabriele. Più in alto si possono vedere 5 torri in cui sono raffigurate le statue della Prudenza, della Carità, della Fede, della Speranza e della Temperanza.  Infine, a destra e a sinistra, in dodici nicchie, sei per lato, vengono rappresentate i 12 apostoli.

Ecco i protagonisti della nostra leggenda.

La leggenda narra che nella prima metà del 1300 Pierpaolo delle Masagne era un talentuoso scultore a cui era stato affidato il compito di scolpire le statue dei 12 apostoli che sono apposti 6 alla destra e 6 alla sinistra della porta di entrata della Chiesa.

Si dice che il Demonio, però, volesse che quella Chiesa fosse un luogo di culto satanico e allora corruppe Pierpaolo delle Masagne con una delle 30 monete d’oro che furono date all’apostolo Giuda per tradire Gesù.

Satana ordinò allo scultore di inserire questa moneta dentro la statua dell’apostolo traditore, Giuda, e di dare a quella statua le fattezze vere dell’apostolo e non quelle di San Mattia come invece si era in uso fare.
Affinché la Chiesa divenisse luogo di culto satanico era infine necessaria una messa di dedicazione.

Il Venerdì Santo del 1366 tutti i fedeli erano riuniti in Chiesa a pregare. Tra i presenti c’era anche una bimbetta di 11 anni, Isabella Contarini, che era conosciuta perché aveva il dono di comunicare con la Madonna e con i Santi.

Quando durante la cerimonia il prete stava per distribuire l’ostia, Isabella si voltò verso Pierpaolo delle Masagne e gli disse:
«Satana Vattene! In questa messa del Signore non vi è posto anche per te!»

In quel mentre lo scultore, vistosi scoperto, cercò di aggredire la ragazzina ma un fedele gli si avventò davanti lanciandogli dell’acqua santa. Pierpaolo svenne e quando si ridestò non si ricordò nulla di ciò che era successo e neppure di aver scolpito le statue degli apostoli. 

La Statua del dodicesimo apostolo che Pierpaolo delle Masagne aveva raffigurato come Giuda prese per miracolo le sembianze di San Mattia ma mantenne nel suo interno la moneta maledetta.
Si dice che ogni Venerdì Santo la Statua con interno la moneta cerchi di staccarsi dalla Chiesa e di volare verso Gerusalemme per unirsi alle altre 29 monete segno del tradimento di Giuda. 

lunedì 23 aprile 2012

Bussolai Buranei ed Esse Buranei


Se volete portare a casa dal vostro viaggio a Venezia qualcosa di davvero tipico, locale ed assolutamente originale non potete dimenticarvi di acquistare i Bussolai Buranei o i più tradizionale Esse Buranei.

I Bussolai Buranei, chiamati anche Bussolà, sono dei tipici biscotti di Venezia in particolare provenienti dall'isola di Burano, da cui prendono appunto il nome e unico luogo in cui vi consigliamo di andare ad acquistare.

Sono dei biscotti buonissimi, anche se il loro aspetto e il loro nome magari non rendono giustizia al loro straordinario sapore


Vi raccontiamo un po' di storia:
“Bussolà” oppure “Bussolai”deriva dalla parola “busa”, che in dialetto veneziano vuol dire “buca”.  A questa parola poi si è voluto aggiungere sempre la parola dialettale “Buranei” per indicare la loro origine dall’Isola di Burano.

Si racconta che qualche anno fa un famoso ristoratore di Burano chiese ad un fornaio locale di preparargli un “Bussolà” da offrire ai propri clienti come dessert di fine pasto ed adatto per essere accompagnato da un buon bicchiere di vino dolce.

Da questo episodio nacquero gli Esse buranei, ovvero biscotti preparati allo stesso modo dei Bussolà ma con forma diversa, di Esse per l'appunto, per dare la possibilità a chi li mangia di intingerli nel vino.

Oggi si possono trovare Bussolà ed Esse di molti formati e di diverse dimensioni che vengono prodotti sia a Venezia che nelle fabbriche della terraferma ma nessuno di questi biscotti è speciale come quelli prodotti a Burano.

Il Bussolà è perfetto da inzuppare nel tè o nel vino dolce, si intride leggermente ma non si inzuppa e non si scioglie. E’ anche ottimo da sgranocchiare da solo ed è anche molto nutriente visti i suoi ingredienti.

Se lo si conserva in una scatola questo biscotto può durare a lungo sebbene si indurisca leggermente.

I Bussolai non si possono fare a casa, o per lo meno non del tutto. Oggi, come ieri, i buranelli che non li vogliono acquistare preparano a casa l’impasto o anche solo gli ingredienti e li portano ai fornai che li preparano e li cucinano consegnandoli dope poche ore.

Questo accade perché i forni di casa non raggiungono le temperature sufficienti per cuocere un vero Bussolà od una vera Esse.

Oggi questi biscotti si trovano tutto l’anno, tuttavia in passato erano il dolce tradizionale delle feste pasquali con la tradizionale “fugazza” ovvero la Focaccia.
I bussolai prodotti per Pasqua contenevano una maggiore quantità di tuorli di uovo per ragioni più spirituali che gastronomiche. L’uovo infatti è il simbolo della ressurezione e dunque i Bussolai Pasquali erano ancora più buoni.

Una curiosità: si dice che le Suore del Convento di San Maffio (San Matteo) nell’isoletta di Mazzorbo collegata da un ponte all’Isola di Burano, ricevettero l’ordine di ridurre le spese per l’acquisto dei Bussolai poiché ne consumavano fin troppi.
Il Convento di San Maffio che aveva origini risalenti al 1298 fu in seguito soppresso da Napoleone nel 1806 e poco dopo distrutto.

Se volete provare a farli a casa, eccovi la ricetta:

Ingredienti:
farina kg 1
burro g 300
zucchero g 600 -
12 rossi di uovo
scorza di limone grattata
vaniglia
pizzico di sale

Procedimento:
mettere la farina sulla spianatoia, formare un incavo e nel mezzo mettere il burro morbido a temperatura ambiente (possibilmente lasciato fuori dal frigo la sera prima, assolutamente non scioglierlo sul fuoco).
A parte unire le rosse di uovo allo zucchero e sbatterlo energicamente fino a che saranno montate.
Aggiungerle questo composto alla farina assieme insieme al resto degli ingredienti.

Impastare amalgamando bene velocemente con le mani fredde.

Dare la forma desiderata di Bussolà (ovvero degli anelli di circa 20 cm sovrapponendo i lembi) o di Esse (strisce di pasta di lunghezza di 10 cm avente al forma di esse), mettere in forno 180° circa fino a cottura.

Conservare quando sono freddi ben chiusi in scatola o in sacchetto. 

mercoledì 18 aprile 2012

La leggenda del naso del “Sior Rioba”

Fonte foto: http://venezia-giorno-per-giorno.blogspot.it/

Questa leggenda di Venezia è ambientata nel Sestiere di Canareggio, ed in particolare in Campo dei Mori dove troverete Palazzo Mastelli del Cammello, il cui nome “del Cammello” deriva da un bassorilievo in pietra in cui viene raffigurato un uomo vestito con abiti orientali, un Moro dunque, come lo si soleva chiamare in quell’epoca, che tiene le redini di un cammello.


Lungo le mura di questo palazzo troverete 4 statue di pietra incastonate nel muro, sono proprio loro i protagonisti della nostra storia.

Afani - Rioba's brother - © Dalbera
La leggenda narra di 3 fratelli fuggiti dalla Grecia (chiamata in quei tempi Morea, abitata per l’appunto dai Mori, così chiamati a causa del coloro della loro pelle) Rioba, Sandi e Afani e di un loro servitore.

Giunti a Venezia i tre fratelli, con il loro servitore, si fecero chiamare “Mastelli” o “Mastella” da cui poi prese il nome il palazzo. Erano abili mercanti di stoffe, ma anche dei bricconi e truffaldini e non si tiravano indietro dall’ingannare e truffare per denaro coloro che si rivolgevano a loro.

Stanca del loro comportamento, Santa Maria Maddalena decise di punirli e così nelle vesti di una nobile vedova di un mercante veneziano, un giorno si recò dai tre fratelli per acquistare da loro delle stoffe, che dovevano servirle per continuare il lavoro del marito.

I tre bricconi non vedevano l’ora di ingannare una così ingenua signora, incuranti della sua disgrazia. Così iniziarono a decantare un loro comunissimo tessuto di cotone come il tessuto più pregiato e sontuoso di Venezia giustificandone giustificandone in questo modo il prezzo esorbitante.

Sandi - Rioba's Brother - © Dalbera
Si narra che il “Sior Rioba”, uno dei tre fratelli, rivolgendosi alla Signora disse “Questo è il miglior filato di Venezia, nobildonna, e che il Signore possa mutarci in pietra se non diciamo la verità!”

A queste parole la donna, pagata la somma esosa richiesta, prima di andarsene disse “E io vi ringrazio messeri! E allora che il Signore abbia nei vostri riguardi la stessa cura e attenzione che voi avete avuto per me”.

Pronunciate queste parole ecco che i tre mercanti con il loro servitore compiacente vennero trasformati in pietra.

Delle quattro statue la più famosa è quella di Rioba, chiamata appunto in dialetto veneziano “Sior Rioba” sulla quale in epoca successiva era usanza appendere dei biglietti e delle scritte satiriche contro il potere delle famiglie ricche durante il periodo di massimo splendore di Venezia.

Si narra anche che durante le notti particolarmente fredde lo spirito del Sior Rioba intrappolato nella statua pianga e che i battiti del suo cuore possono essere sentiti da coloro che puri di spirito vi poseranno una mano nel petto.

Fonte foto: www.rioba.it
Nel 1800 la statua del “Sior Rioba” perse il naso questo venne sostituito con un naso di ferro e da allora si dice che toccare il suo naso porti fortuna. 

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(Puoi usare anche il pulsante qui sotto) 

Save to foursquare


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English Version: The legend of the nose of the "Sior Rioba"

This legend of Venice is set in the “Sestiere di Canareggio”, and in particular the “Campo dei Mori”, where you will find the “Palazzo Mastelli del Cammello”, the palace whose name "Camel" is derived from a stone bas-relief on which is depicted a man dressed in Oriental costumes, therefore, a Moor, as it used to be called at that time, holding the reins of a camel.

Along the walls of this building you can see 4 statues of stone embedded in the wall representing the protagonists of our history.

The legend tells of three brothers fled from Greece (at that time Greece was called "Morea" and its inhabitants were called "Mori" for the dark color of their skin) whose names were Rioba, Sandi, and their servant and a Afani .

The three brothers arrived in Venice with their servant, called themselves "Mastelli" or "Mastella" which later became known as the palace.
Merchant - © Dalbera
These brothers were skilled cloth merchants, but they were also the crooks and swindlers.
They were amused to deceive and steal money for those who turned to them.


Santa Maria Maddalena, tired of their behavior, she decided to punish them.

One day St. Mary Magdalene went to the three brothers and their servant disguised a noble widow of a Venetian merchant, and asked them to buy materials to continue the work of her husband.

The three villains do not seem to believe that naive fool a woman.
The three brothers were indifferent to the misfortunes of this noble woman.
Then they began to settle a very common cotton fabric as the finest and most sumptuous of Venice with this justifying the exorbitant price.

The legend says that one of the three brothers, "Sior Rioba", talking to Lady said "This is the best fabric of Venice, a noble woman, and that God can change us into stone if we do not say the truth!"

At this the woman paid the exorbitant sum required, before leaving he said "And I thank you gentlemen! And then that God has towards you the same care and attention that you had for me. "
And she said those words here that the three merchants were compliant with their servant turned to stone.

Of the four statues the most famous is that of Rioba, just call in Venetian dialect "Sior Rioba" on which in later times it was customary to hang some tickets and satirical writings against the power of wealthy families during the heyday of Venice.

It is said that during the very cold nights the spirit of Sior Rioba trapped in the statue cry and the beating of his heart may be felt by those pure of spirit that you will lay a hand on his chest.

In 1800 the statue of "Sior Rioba" lost her nose and was replaced with an iron nose and then touching the nose is said to bring good luck.

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domenica 18 marzo 2012

La magia del tempo nella Locanda al Piave - Episodio 1


La Locanda al Piave


Hotel Locanda al Piave
Era un lunedì mattina come tanti in quel piccolo e grazioso albergo che sorgeva nei pressi delle sponde del fiume Piave. Molti fatti storici ne avevano segnato il passato, le fondamenta non poggiavano solo sulla terra, poggiavano anche su quegli avvenimenti che stravolsero la città di San Donà e che il tempo aveva trasformato in ricordi, imprigionati ora in bianco e nero su delle fotografie appese alle pareti. Se l’anima di quelle mura potesse esprimersi vi racconterebbe delle due guerre mondiali, dell’alluvione del 1966 dalla quale uscì indenne, delle quattro generazioni di donne che dal 1890 lo gestisce con passione e fantasia.

L’atmosfera che si respira è di tranquillità e tepore, quello che solo le mani amorevoli delle donne riescono a trasmettere. Li niente era lasciato al caso, ogni cosa era curata nei minimi dettagli.
Quella mattina qualche ospite alle sette e trenta era già sceso in sala per la colazione, tutto era tranquillo, tutto procedeva con la solita routine. Nessuno però poteva sapere che di li a poco, una vecchia leggenda dimenticata dalla maggior parte degli uomini del paese sarebbe stata riportata alla luce da colui che da anni ne studiava i misteri e i significati più profondi. Se tutto ciò che aveva trovato e analizzato diceva il vero, in quell’edificio era stato nascosto un oggetto dai poteri straordinari, portato dal fiume Piave più di duecento anni fa.

Un uomo alto e moro con un cappotto lungo si presentò al bancone della reception. Nella mano destra teneva un piccolo trolley nero, nella sinistra una valigetta di pelle marrone scuro, aveva un’aria diffidente e uno sguardo freddo. Si guardò attorno studiando la piccola hall. Pochi istanti dopo arrivò la proprietaria dell’albergo.

«Buongiorno, come posso esserle utile?»
«Ho prenotato una stanza per cinque notti, inizialmente, poi non so se mi dovrò fermare di più, sa gli affari non danno mai delle scadenze precise»
«Non si preoccupi. Il suo nome?»
«Lucas»
«Bene, la sua stanza è la numero 106, al primo piano»
«Ottimo, grazie»
«A lei e buon soggiorno»

Era una grigia giornata d’autunno, da nessun angolo del cielo il sole riusciva a sporgersi tra le nuvole. “Giornate come questa non portano nulla di buono” pensò la donna tra se e se guardando fuori dalla porta d’entrata, mentre l’uomo si avviava verso l’ascensore.

Arrivato al primo piano percorse pochi metri del corridoio, aprì la porta della stanza 106 ed entrò. Si guardò nuovamente attorno, si tolse il cappotto e lo appoggiò sul letto. Si diresse verso la finestra, scostò le tende per un attimo e vide il fiume proprio davanti ai suoi occhi. “Tutto è cominciato da te” disse, come se quelle acque potessero sentirlo. 

Andar a Cicheti



Leggendo il titolo molti avranno pensato che si trattasse di qualcosa da bere, ma dobbiamo smentirvi.

Fonte: www.mariobetto.com
I cicheti sono tipici di Venezia e si trovano solo qui; non fanno parte della cucina casalinga, ma non per questo meritano meno attenzione.
I cicheti possono essere serviti anche come antipasti, ma non necessariamente devono precedere un pranzo o una cena. Quello che ri rende così caratteristici non sono solo gli ingredienti, ma anche il dove, il quando e il come si mangiano: con le dita o con uno stecchino, di solito in piedi ma senza fretta, accanto al bancone dove sono esposti nei vari br, osterie, bàcari e trattorie che li offrono in pratica tutto il giorno.
Possono essere semplicissimi come un mezzo uovo sodo o un piattino di olive, o insolito come alcuni pesci che si trovano solo in laguna, ma quali che siano gli ingredienti, sono centro di un rito tipicamente veneziano celebrato più volte al giorno: andar a cicheti, cioè a stuzzichini, accompagnati da un bicchiere di bianco o di rosso.
Nonostante siano così tipici e si trovino ovunque in città, non compaiono nei menù propopsti dai ristoranti, cosicché molti visitatori non hanno modo di scoprirli.

Fonte: www.italiadiscovery.it
Mentre nel resto d'italia farsi un cichetto vuol dire bere un bicchierino di vino o liquore (uno shots per i più moderni) a venezia i cicheti non si bevono ma si mangiano. Come abbiamo già detto i cicheti vengono accompagnati da un bicchiere di vino: un'ombra. Anche lui ha un nome ed una storia particolari. Legenda vuole che il vinaio di piazza san marco spostasse la sua tenda seguendo l'ombra che il campanile proietta sulla piazza, da qui "Andiamo all'ombra" diventa sinonimo di "beviamo un bicchiere"

Strettamente legata alla tradizione veneziana ed alla sua peculiarità "pedonale" il rito dei Cicheti, come abbiamo già detto, rimane spesso nascosto alla grande massa. Come se i veneziani fossero gelosi di questo splendido rito che affonda le sue radici nella storia della città. 

Adesso che conoscete questa splendida tradizione non potete perdervi la possibilità di "Andare a cicheti" la prossima volta che camminerete per le strade di venezia, ricordatelo perché ne vale la pena.