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lunedì 23 aprile 2012

Bussolai Buranei ed Esse Buranei


Se volete portare a casa dal vostro viaggio a Venezia qualcosa di davvero tipico, locale ed assolutamente originale non potete dimenticarvi di acquistare i Bussolai Buranei o i più tradizionale Esse Buranei.

I Bussolai Buranei, chiamati anche Bussolà, sono dei tipici biscotti di Venezia in particolare provenienti dall'isola di Burano, da cui prendono appunto il nome e unico luogo in cui vi consigliamo di andare ad acquistare.

Sono dei biscotti buonissimi, anche se il loro aspetto e il loro nome magari non rendono giustizia al loro straordinario sapore


Vi raccontiamo un po' di storia:
“Bussolà” oppure “Bussolai”deriva dalla parola “busa”, che in dialetto veneziano vuol dire “buca”.  A questa parola poi si è voluto aggiungere sempre la parola dialettale “Buranei” per indicare la loro origine dall’Isola di Burano.

Si racconta che qualche anno fa un famoso ristoratore di Burano chiese ad un fornaio locale di preparargli un “Bussolà” da offrire ai propri clienti come dessert di fine pasto ed adatto per essere accompagnato da un buon bicchiere di vino dolce.

Da questo episodio nacquero gli Esse buranei, ovvero biscotti preparati allo stesso modo dei Bussolà ma con forma diversa, di Esse per l'appunto, per dare la possibilità a chi li mangia di intingerli nel vino.

Oggi si possono trovare Bussolà ed Esse di molti formati e di diverse dimensioni che vengono prodotti sia a Venezia che nelle fabbriche della terraferma ma nessuno di questi biscotti è speciale come quelli prodotti a Burano.

Il Bussolà è perfetto da inzuppare nel tè o nel vino dolce, si intride leggermente ma non si inzuppa e non si scioglie. E’ anche ottimo da sgranocchiare da solo ed è anche molto nutriente visti i suoi ingredienti.

Se lo si conserva in una scatola questo biscotto può durare a lungo sebbene si indurisca leggermente.

I Bussolai non si possono fare a casa, o per lo meno non del tutto. Oggi, come ieri, i buranelli che non li vogliono acquistare preparano a casa l’impasto o anche solo gli ingredienti e li portano ai fornai che li preparano e li cucinano consegnandoli dope poche ore.

Questo accade perché i forni di casa non raggiungono le temperature sufficienti per cuocere un vero Bussolà od una vera Esse.

Oggi questi biscotti si trovano tutto l’anno, tuttavia in passato erano il dolce tradizionale delle feste pasquali con la tradizionale “fugazza” ovvero la Focaccia.
I bussolai prodotti per Pasqua contenevano una maggiore quantità di tuorli di uovo per ragioni più spirituali che gastronomiche. L’uovo infatti è il simbolo della ressurezione e dunque i Bussolai Pasquali erano ancora più buoni.

Una curiosità: si dice che le Suore del Convento di San Maffio (San Matteo) nell’isoletta di Mazzorbo collegata da un ponte all’Isola di Burano, ricevettero l’ordine di ridurre le spese per l’acquisto dei Bussolai poiché ne consumavano fin troppi.
Il Convento di San Maffio che aveva origini risalenti al 1298 fu in seguito soppresso da Napoleone nel 1806 e poco dopo distrutto.

Se volete provare a farli a casa, eccovi la ricetta:

Ingredienti:
farina kg 1
burro g 300
zucchero g 600 -
12 rossi di uovo
scorza di limone grattata
vaniglia
pizzico di sale

Procedimento:
mettere la farina sulla spianatoia, formare un incavo e nel mezzo mettere il burro morbido a temperatura ambiente (possibilmente lasciato fuori dal frigo la sera prima, assolutamente non scioglierlo sul fuoco).
A parte unire le rosse di uovo allo zucchero e sbatterlo energicamente fino a che saranno montate.
Aggiungerle questo composto alla farina assieme insieme al resto degli ingredienti.

Impastare amalgamando bene velocemente con le mani fredde.

Dare la forma desiderata di Bussolà (ovvero degli anelli di circa 20 cm sovrapponendo i lembi) o di Esse (strisce di pasta di lunghezza di 10 cm avente al forma di esse), mettere in forno 180° circa fino a cottura.

Conservare quando sono freddi ben chiusi in scatola o in sacchetto. 

mercoledì 18 aprile 2012

La leggenda del naso del “Sior Rioba”

Fonte foto: http://venezia-giorno-per-giorno.blogspot.it/

Questa leggenda di Venezia è ambientata nel Sestiere di Canareggio, ed in particolare in Campo dei Mori dove troverete Palazzo Mastelli del Cammello, il cui nome “del Cammello” deriva da un bassorilievo in pietra in cui viene raffigurato un uomo vestito con abiti orientali, un Moro dunque, come lo si soleva chiamare in quell’epoca, che tiene le redini di un cammello.


Lungo le mura di questo palazzo troverete 4 statue di pietra incastonate nel muro, sono proprio loro i protagonisti della nostra storia.

Afani - Rioba's brother - © Dalbera
La leggenda narra di 3 fratelli fuggiti dalla Grecia (chiamata in quei tempi Morea, abitata per l’appunto dai Mori, così chiamati a causa del coloro della loro pelle) Rioba, Sandi e Afani e di un loro servitore.

Giunti a Venezia i tre fratelli, con il loro servitore, si fecero chiamare “Mastelli” o “Mastella” da cui poi prese il nome il palazzo. Erano abili mercanti di stoffe, ma anche dei bricconi e truffaldini e non si tiravano indietro dall’ingannare e truffare per denaro coloro che si rivolgevano a loro.

Stanca del loro comportamento, Santa Maria Maddalena decise di punirli e così nelle vesti di una nobile vedova di un mercante veneziano, un giorno si recò dai tre fratelli per acquistare da loro delle stoffe, che dovevano servirle per continuare il lavoro del marito.

I tre bricconi non vedevano l’ora di ingannare una così ingenua signora, incuranti della sua disgrazia. Così iniziarono a decantare un loro comunissimo tessuto di cotone come il tessuto più pregiato e sontuoso di Venezia giustificandone giustificandone in questo modo il prezzo esorbitante.

Sandi - Rioba's Brother - © Dalbera
Si narra che il “Sior Rioba”, uno dei tre fratelli, rivolgendosi alla Signora disse “Questo è il miglior filato di Venezia, nobildonna, e che il Signore possa mutarci in pietra se non diciamo la verità!”

A queste parole la donna, pagata la somma esosa richiesta, prima di andarsene disse “E io vi ringrazio messeri! E allora che il Signore abbia nei vostri riguardi la stessa cura e attenzione che voi avete avuto per me”.

Pronunciate queste parole ecco che i tre mercanti con il loro servitore compiacente vennero trasformati in pietra.

Delle quattro statue la più famosa è quella di Rioba, chiamata appunto in dialetto veneziano “Sior Rioba” sulla quale in epoca successiva era usanza appendere dei biglietti e delle scritte satiriche contro il potere delle famiglie ricche durante il periodo di massimo splendore di Venezia.

Si narra anche che durante le notti particolarmente fredde lo spirito del Sior Rioba intrappolato nella statua pianga e che i battiti del suo cuore possono essere sentiti da coloro che puri di spirito vi poseranno una mano nel petto.

Fonte foto: www.rioba.it
Nel 1800 la statua del “Sior Rioba” perse il naso questo venne sostituito con un naso di ferro e da allora si dice che toccare il suo naso porti fortuna. 

Vuoi trovare Palazzo Mastelli del Cammello? Usa Fourquare e salvalo nelle tue liste! 
(Puoi usare anche il pulsante qui sotto) 

Save to foursquare


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English Version: The legend of the nose of the "Sior Rioba"

This legend of Venice is set in the “Sestiere di Canareggio”, and in particular the “Campo dei Mori”, where you will find the “Palazzo Mastelli del Cammello”, the palace whose name "Camel" is derived from a stone bas-relief on which is depicted a man dressed in Oriental costumes, therefore, a Moor, as it used to be called at that time, holding the reins of a camel.

Along the walls of this building you can see 4 statues of stone embedded in the wall representing the protagonists of our history.

The legend tells of three brothers fled from Greece (at that time Greece was called "Morea" and its inhabitants were called "Mori" for the dark color of their skin) whose names were Rioba, Sandi, and their servant and a Afani .

The three brothers arrived in Venice with their servant, called themselves "Mastelli" or "Mastella" which later became known as the palace.
Merchant - © Dalbera
These brothers were skilled cloth merchants, but they were also the crooks and swindlers.
They were amused to deceive and steal money for those who turned to them.


Santa Maria Maddalena, tired of their behavior, she decided to punish them.

One day St. Mary Magdalene went to the three brothers and their servant disguised a noble widow of a Venetian merchant, and asked them to buy materials to continue the work of her husband.

The three villains do not seem to believe that naive fool a woman.
The three brothers were indifferent to the misfortunes of this noble woman.
Then they began to settle a very common cotton fabric as the finest and most sumptuous of Venice with this justifying the exorbitant price.

The legend says that one of the three brothers, "Sior Rioba", talking to Lady said "This is the best fabric of Venice, a noble woman, and that God can change us into stone if we do not say the truth!"

At this the woman paid the exorbitant sum required, before leaving he said "And I thank you gentlemen! And then that God has towards you the same care and attention that you had for me. "
And she said those words here that the three merchants were compliant with their servant turned to stone.

Of the four statues the most famous is that of Rioba, just call in Venetian dialect "Sior Rioba" on which in later times it was customary to hang some tickets and satirical writings against the power of wealthy families during the heyday of Venice.

It is said that during the very cold nights the spirit of Sior Rioba trapped in the statue cry and the beating of his heart may be felt by those pure of spirit that you will lay a hand on his chest.

In 1800 the statue of "Sior Rioba" lost her nose and was replaced with an iron nose and then touching the nose is said to bring good luck.

Do you want to find "Palazzo Mastelli del Cammello"? Use Fourquare and save it on your list! (you can also use the button below)


domenica 18 marzo 2012

La magia del tempo nella Locanda al Piave - Episodio 1


La Locanda al Piave


Hotel Locanda al Piave
Era un lunedì mattina come tanti in quel piccolo e grazioso albergo che sorgeva nei pressi delle sponde del fiume Piave. Molti fatti storici ne avevano segnato il passato, le fondamenta non poggiavano solo sulla terra, poggiavano anche su quegli avvenimenti che stravolsero la città di San Donà e che il tempo aveva trasformato in ricordi, imprigionati ora in bianco e nero su delle fotografie appese alle pareti. Se l’anima di quelle mura potesse esprimersi vi racconterebbe delle due guerre mondiali, dell’alluvione del 1966 dalla quale uscì indenne, delle quattro generazioni di donne che dal 1890 lo gestisce con passione e fantasia.

L’atmosfera che si respira è di tranquillità e tepore, quello che solo le mani amorevoli delle donne riescono a trasmettere. Li niente era lasciato al caso, ogni cosa era curata nei minimi dettagli.
Quella mattina qualche ospite alle sette e trenta era già sceso in sala per la colazione, tutto era tranquillo, tutto procedeva con la solita routine. Nessuno però poteva sapere che di li a poco, una vecchia leggenda dimenticata dalla maggior parte degli uomini del paese sarebbe stata riportata alla luce da colui che da anni ne studiava i misteri e i significati più profondi. Se tutto ciò che aveva trovato e analizzato diceva il vero, in quell’edificio era stato nascosto un oggetto dai poteri straordinari, portato dal fiume Piave più di duecento anni fa.

Un uomo alto e moro con un cappotto lungo si presentò al bancone della reception. Nella mano destra teneva un piccolo trolley nero, nella sinistra una valigetta di pelle marrone scuro, aveva un’aria diffidente e uno sguardo freddo. Si guardò attorno studiando la piccola hall. Pochi istanti dopo arrivò la proprietaria dell’albergo.

«Buongiorno, come posso esserle utile?»
«Ho prenotato una stanza per cinque notti, inizialmente, poi non so se mi dovrò fermare di più, sa gli affari non danno mai delle scadenze precise»
«Non si preoccupi. Il suo nome?»
«Lucas»
«Bene, la sua stanza è la numero 106, al primo piano»
«Ottimo, grazie»
«A lei e buon soggiorno»

Era una grigia giornata d’autunno, da nessun angolo del cielo il sole riusciva a sporgersi tra le nuvole. “Giornate come questa non portano nulla di buono” pensò la donna tra se e se guardando fuori dalla porta d’entrata, mentre l’uomo si avviava verso l’ascensore.

Arrivato al primo piano percorse pochi metri del corridoio, aprì la porta della stanza 106 ed entrò. Si guardò nuovamente attorno, si tolse il cappotto e lo appoggiò sul letto. Si diresse verso la finestra, scostò le tende per un attimo e vide il fiume proprio davanti ai suoi occhi. “Tutto è cominciato da te” disse, come se quelle acque potessero sentirlo.